IL MONUMENTO - ALL'ALPINO - DI - BRUNICO - TRA - STORIA E SENTIMENTI
Sabato 19 Gennaio 2013 16:32

Testo scritto dal Tenente Colonello alp a RP Romeo Pantalone

pubblicato da Renato Ferrais


MonumentoAlpinoBrunicoIl monumento all’alpino di Brunico per gli alpini e gli italiani è un simbolo. Rappresenta un soldato generoso, altruista, onesto e, all’occorrenza, eroico e sempre animato da grande umanità. Tutte doti  riconosciutegli, con ammirazione e rispetto, da alleati e nemici, in guerra ed in pace. L’alpino è nella storia, è più di una leggenda, non ha bisogno che se ne enumerino le gesta, ma  voglio accennarne alcune che dovrebbero convincere tutti, alpini e non alpini, italiani e tedeschi, compresi gli Schutznen, ad averne rispetto e, di più, a rendergli onore. Eretto nel 1938, alla presenza del Principe Umberto e della consorte Principessa Maria Josè, in onore della Divisione Pusteria, reduce dalla guerra d’Etiopia, che aveva per la prima volta annoverato nei propri ranghi giovani di lingua tedesca, ha subito un primo affronto nel settembre 1943, quando molti entusiasti nazisti di Brunico, procuratisi quattro biondi cavalli avelignesi, li agganciarono con delle corde al collo del manufatto e riuscirono “eroicamente” ad abbatterlo, tra il tripudio generale dei presenti, quale fosse un odiato dittatore, e sotto lo sguardo compiaciuto delle autorità tedesche. Ricostruito nel 1951 dall’ANA, in forma diversa, con una figura di alpino dall’atteggiamento sereno e disteso e disarmato, in marcia, senza palesi intenzioni aggressive, subì ancora l’onta di un attentato nel 1966. Ricostruito nel 1968, fu nuovamente abbattuto nel 1979. Di quel monumento, a futura memoria, è rimasto solo il busto, considerato, strumentalmente, da provocatori un relitto fascista! Non sto a parlare degli innumerevoli atti vandalici che il nostro monumento ha subito nel corso degli anni. Andrò, invece, ad  enunciare alcuni fatti, sacrosantamente veri, per cui quel simbolo merita rispetto ed onore. Siccome, però, qualcuno ha affermato che spesso la verità offende, preavverto che, con tali indiscutibili verità, non intendo assolutamente offendere qualcuno, ma spero solo che esse  facciano riflettere e convincano chi ignora la nostra storia o la conosce in maniera distorta. Per quei pochi italiani poi che, secondo qualcuno, sarebbero anch’essi stufi del monumento all’alpino di Brunico, avendo essi perso il valore della Patria, devo dire che, con tutto il dovuto rispetto che si deve ad ogni essere umano, nutro lo stesso identico, profondo sentimento di compassione che si deve a chi ha smarrito la fede in Dio.

- Quel monumento, rappresenta l’alpino Angelo Loschi e gli altri che sul Monte Paterno nel luglio del 1915, dopo aver sventato l’attacco dell’eroico Standschutzen e guida alpina Sepp Innherkofler di Sesto di Pusteria che con la sua pattuglia di Standshutzen e Kaiserschutzen tentava di sorprenderli per riconquistare quell’importante posizione, si sono calati nelle rocce sottostanti, lungo il camino Oppel, dove il suo corpo era precipitato a causa della reazione italiana e, incuranti di venirsi a trovare sotto il tiro delle mitragliatrici e dei cecchini nemici asserragliati nelle munitissime postazioni del Sasso di Sesto, ne recuperarono la salma, dandole cristiana sepoltura con tutti gli onori militari.


- Rappresenta anche tutti gli alpini in armi ed in congedo che ogni anno si recano tuttora nel piccolo cimitero di Sesto di Pusteria, dove  egli adesso riposa, a rendergli omaggio con una corona d’alloro.

- Rappresenta Il Capitano degli alpini Carlo Rossi con i suoi alpini, che sulle Tofane, dopo un sanguinoso attacco e la conquista di Fontana Negra, il 9 luglio 1916, avendo saputo dal Capitano austriaco, bolzanino Eugenio Lap, fatto  prigioniero, che tra i caduti si trovava anche il C.te del Settore Travenanzes Cap.Emmanuel BarborKa, il cui valore era ben noto agli alpini, fattolo cercare e ricompostone i resti in una bara, gli rese, con il suo reparto, l’onore delle armi, tumulandolo nel cimitero militare di Fontana Negra e facendolo trasportare, successivamente, al cimitero di Pocol. Quindi, poi, fece in modo di far giungere alla vedova, insieme alle poche cose rinvenute sul suo corpo, alcune fotografie del cimitero, della lapide, della cerimonia funebre ed una sublime lettera con le proprie condoglianze magnificando le gesta e il valore del marito, assicurandole che era  morto in battaglia da eroe!

- Rappresenta l’alpino Leonardo Della Sega di Nova Ponente che, avendo moglie  e quattro bambini, dopo aver prestato servizio in armi, con onore, prima nel 7° Rgt Alpini e poi nell’11° Rgt Alpini con la Divisione Pusteria in Africa nel 1935, rimpatriato e poi congedato, diresse il Gruppo Alpini di Macena (Trento). Il 25 ottobre 1943, chiamato alle armi dal Terzo Reich, cui era stato annesso il Trentino Alto Adige dopo i fatti dell’otto settembre, fu costretto, contro la sua volontà,  a sottoscrivere l’arruolamento nelle SS. Il 25 aprile 1945, le truppe tedesche, a cui apparteneva Leonardo, incalzate dagli alleati, iniziarono la ritirata da Verona. La mattina del 27 aprile in Trentino, in contrada Cerrè, i tedeschi catturarono il parroco don Domenico Mercante che secondo il C.te, era un capo partigiano. Questi ordinò al Cap. Magg. Dalla Sega di fucilarlo. Essendosi rifiutato categoricamente di uccidere il sacerdote dicendo: “Sono cattolico, padre di quattro figli, non posso sparare al sacerdote! Questo è un assassinio, io sono cattolico e non posso sparare contro un prete!”, Leonardo, con l’uniforme delle SS, ma cristiano ed alpino nel cuore,  preferì morire con il sacerdote. Solo nel 1985 la famiglia potè pregare sui suoi resti a Merano.

- Rappresenta quell’Ufficiale degli alpini in servizio a Brunico che il 9 settembre 1943, mentre veniva spinto dalle truppe tedesche sul camion che lo avrebbe condotto in prigionia in Germania, venne vigliaccamente schiaffeggiato da uno dei  maggiorenti nazisti sudtirolesi di Brunico e che, al rientro dalla prigionia, non solo non ebbe neppure un gesto di vendetta nei suoi confronti, né una parola di condanna, ma anzi addirittura lo aiutò perchè riottenesse la cittadinanza italiana che aveva perduto, avendo egli optato per la Germania nel 1939.

- Rappresenta quell’altro ufficiale che a Passo Resia all’alba del 9 settembre 1943, svegliato in modo brutale dal suo padrone di casa, che fino al giorno precedente gli andava a portare la colazione a letto, con al braccio la fascia della S.O.D ( Sicherheit Organization Diest - Organizzazione del servizio di sicurezza), e accompagnato da due soldati tedeschi, fu avviato verso la prigionia e dopo la liberazione, tornato sul luogo del delitto, a quel signore che chiedeva perdono e pietà, terrorizzato per una  possibile vendetta, egli seppe rispondere con un sorriso e, indicandogli la  radio che l’uomo aveva fatta propria e faceva bella mostra nella stube, gli disse che nonostante i due anni di prigionia, gli bastava che gli restituisse quell’oggetto.

- Rappresenta quegli alpini che dal termine della 2^ guerra mondiale e fino a non molti anni or sono, si sentivano molto soli quando si recavano a rendere omaggio all’eroico sudtirolese Majr-Nusser, morto mentre veniva condotto nel campo di concentramento nazista di Dachau perché rifiutatosi di indossare l’uniforme delle SS!

- Rappresenta tutti gli alpini in sevizio ed in congedo, compreso il sottoscritto, e tutti gli italiani che il 2 Novembre di ogni anno, si recano alla cerimonia più solenne e importante che le FF.AA. organizzano per  rendere onore ai caduti al cimitero di guerra Austroungarico della prima guerra mondiale a M. Spalliera in Brunico, nonostante lì siano ricordati anche i numerosi soldati che, volontariamente o forzatamente, hanno indossato l’uniforme della Wermachtt e sue specialità ( Waffen SS, Gestapo, ecc) nella seconda guerra mondiale, soldati che, quelli sì criminali di guerra che si sono macchiati di tante  atrocità anche in Italia nei confronti di inermi popolazioni civili. (E ve lo dice uno che proviene dall’Abruzzo, dove, tra il settembre 1943 ed il giugno 1944, furono compiute da quei soldati nefandezze inaudite , come a Pietransieri, Bussi, Filetto, Capistrello, Onna ecc.). E tutto ciò mentre nessun rappresentante degli Schutzen, né di altre organizzazioni di cittadini di etnia tedesca si sia mai sentito in dovere di accompagnare la corona che viene deposta al nostro monumento di Brunico, nostro simbolo.

- Rappresenta le centinaia di migliaia di alpini che ieri, in ogni tempo ed in ogni campo di battaglia, ed oggi su tutti i fronti dove sono stati e sono impiegati per il mantenimento della pace e nella lotta al terrorismo, si sono comportati e si comportano da uomini oltre che da ottimi soldati.

- Rappresenta anche tutti i soldati caduti per l’Italia, ivi compresi anche quegli irredentisti trentini, istriani, dalmati e sudtirolesi come l’eroico Sottotenente dei Bersaglieri Karl Tschurtschenthaler, med. d’argento al valor militare.

Ecco perché quel che resta del nostro monumento all’alpino, così ridotto dall’intolleranza e dall’ignoranza di alcuni facinorosi, deve essere rispettato ed onorato e rimanere al suo posto, a mio parere nelle condizioni attuali,  perchè i visitatori della nostra città si possano rendere conto della intolleranza che alligna in alcune teste e in alcuni cuori.( Con buona pace di tutti coloro che si sciacquano la bocca giornalmente parlando di spirito di tolleranza e di accoglienza, che evidentemente serve solo per tenere allenate le corde vocali!)

Anche gli Schutzen, che si piccano di appartenere  ad una milizia para-militare popolare dovrebbero portare rispetto per quel simbolo, come noi lo portiamo per il loro eroe Andreas Hofer, di cui nel 2009 si è ricordato solennemente il bicentenario  della morte ( che non è avvenuta  per mano  italiana, ma francese e che il traditore non si chiamava Gennaro Esposito, ma Franz Haffel, tirolese autentico, che tradì per intascare i 1.500 scudi promessi per chi lo avesse fatto catturare). Gli italiani invece a Mantova, all’epoca, raccolsero ben 5.000 scudi che offrirono ai francesi per riscattarne la vita, ma che, purtroppo, non bastarono per la sua salvezza, in quanto costretti ad ottemperare ad un preciso ordine dell’imperatore Napoleone. Basterebbe che gli Schutzen pensassero al primo dei valori cui fanno riferimento e cioè a quel loro Dio, che poi è anche il nostro, per mettere da parte ogni intento aggressivo. Qualcuno dica loro che siamo fratelli in Cristo! La marcia degli Schutzen il 25 Aprile 2009, giornata della celebrazione della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, seppur legittima, è stata quanto di più assurdo ed anacronistico ci potesse essere, è stata un puro sacrilegio, una strumentale provocazione e suscita in me, grande sdegno e grande indignazione e riprovazione e grida vendetta al cospetto di Dio. Sono sicuro che lo stesso Andreas Hofer la condannerebbe! Certamente potrebbe trovare l’approvazione di un altro Hofer, ma si chiamava Franz, ed era un Hofer ben diverso dal primo. Era il sanguinario Gauleiter dell’Alpenvorland. Mi consola, però la certezza che la maggioranza degli italiani di lingua tedesca non nutra alcun astio verso quell’emblema, anche perché tutti i sudtirolesi che hanno prestato servizio alle mie dipendenze con la penna sul cappello, si sono comportati con senso del dovere e con onore. Sono altresì sicuro che anche gli Schutzen, nel loro intimo, siano perfettamente consci della necessità di rispettare quel monumento. Basterebbe, perchè si convincano, che riconoscano quanto detto, con molta onestà intellettuale, dal Vice Sindaco di Bolzano Ellecosta e cioè “Il 25 aprile non lo ho mai festeggiato come liberazione dell’Alto Adige dal fascismo in quanto essa è avvenuta molti mesi prima e precisamente il 10 settembre 1943”. Peccato però che si tratti sì della liberazione dal fascismo, ma per instaurarvi un altro regime ben più sanguinario: quello nazista!

Invece furono proprio gli alpini della 108^ Compagnia dell’eroico Btg L’Aquila ben diciannove mesi dopo,  il 4 Maggio 1945 ad entrare, primi tra tutte le forze alleate, in Bolzano e a liberarla dal nazifascismo, senza torcere un solo capello a tutti coloro che in quei diciannove mesi precedenti ne avevano combinato parecchie!

Avrebbero, ad esempio, potuto dire qualche parolina a quella “gentile” signora di Brunico, assetata di sangue, che aveva manifestato il grande desiderio di farsi un bagno in una vasca colma di sangue di italiani e che non potè esaudirlo solo perché le autorità militari tedesche non arrivavano a quel grado di ferocia e di cinismo!

Avrebbero potuto dire qualcosa a quei nazisti locali che si erano divertiti ad umiliare e dileggiare vigliaccamente i carabinieri mentre venivano deportati in Germania fino all’intervento di un ufficiale tedesco che fece finire quello scempio! E se gli Schutzen intendessero veramente celebrare  il 25 aprile come giorno della liberazione dal nazifascismo, dovrebbero inchinarsi e presentare le armi a quel simbolo che in piazza Cappuccini  rappresenta anche  tutti quegli alpini e al loro Comandante Magg. Med. d’oro al v.m. Augusto De Cobelli, caduto eroicamente 42 giorni prima, alla loro testa, a cui è dedicata l’omonima caserma in via degli Alpini.

Però non erano certamente molti quel giorno gli Schutzen a Bolzano ad accogliere gli alpini liberatori, non perché il corpo degli Schutzen era stato ufficialmente soppresso dal regime fascista, che era d’incanto risorto con uniformi ed archibugi all’indomani dell’8 settembre, marciando fieramente all’ombra degli stendardi con la svastica nazista al vento, ma perché molti non si erano ancora disfatti dell’uniforme della Wermachtt, della Gestapo, della Sod (Ordnungspolizei Servizio di sicurezza e ordine), degli Einsatzgruppen, degli Schutzstaffeln (SS), delle Totenkopfverbande (unità teschio) indipendenti delle SS, a cui era affidato il compito della gestione dei campi di annientamento, della HitlerJugent (che spesso venivano fatti addestrare al tiro su bersagli umani viventi), altri avevano appena buttata la fascia della TODT e/o erano appartenuti ad altre organizzazioni ausiliarie dei nazisti ed erano molto indaffarati a nascondere gli scheletri negli armadi perché appunto, quasi tutti,  avevano fatto parte volontariamente, forzatamente o entusiasticamente a quella infernale macchina distruttrice del terzo Reich, i cui componenti  sono stati definiti recentemente dallo storico Prof. Daniel Jonah Goldhagen  “i volenterosi carnefici di Hitler”.

Non è un caso, infatti, che alcuni testimoni superstiti del famigerato campo di concentramento di transito in Via Resia a Bolzano, qualche anno fa, nel corso del processo a carico degli aguzzini nazisti responsabili di esso, affermarono che, secondo loro, il campo di Via Resia era più tremendo di quelli che erano nel resto d’Europa, in quanto tutti coloro che riuscirono a fuggire, fecero sempre  poca strada, grazie a quella perfetta macchina di morte cui ho accennato.

Non è per caso che la quasi totalità dei criminali di guerra nazisti  fuggiti dalla Germania e dal resto d’Europa, siano transitati, (molti permanendovi per anni!) in Alto Adige, potendo godere di calda accoglienza e sicura protezione. Tra essi il famigerato “angelo della morte” di Auschwitz, dott. Josef Mengele, Martin Borman, il braccio destro di Hitler, Il boia delle Fosse Ardeatine Ten.Col. Kappler,  il suo vice Ten. Eric Priebke, il boia Adolf Eichmann, il Cte del campo di sterminio di Treblinka Franz Stangl, il “boia di Lione” Klaus Barbie, l’Ausptsturmfurer (Capitano) delle SS Karl Nicolussi Leck di Bolzano, l’Oberscharfurer (Maresciallo) delle SS, Josef Schwammberger di Bressanone, Cte del campo di lavori forzati di Rozwadow e successivamente del campo  di sterminio di Przemysl in Polonia, Maxmilian Bernhuber , Dirigente delle Banca del Reich, poi arrestato in Val Pusteria, la moglie e la figlia di Heinrich Himmler, Gregor Bertagnolli, meranese, macchiatosi di crimini di guerra perpetrati nella provincia di Belluno, il capo della Gestapo di Linz Gerard Bast, L’SS Maximilian Blaas di Parcines. ecc.

Non è un caso che tutti gli ebrei dell’Alto Adige, siano stati stanati, uno per uno nelle loro case e non abbiano avuto alcuna possibilità di salvezza!( Gli spietati cacciatori erano guidati dall’SS meranese Karl Tribus che poi si segnalerà come cinico torturatore a Belluno dove alcuni cittadini lo ricordano ancora come un “nazista crudele”);

Non è un caso che del tesoro della Banca d’Italia si sia persa ogni traccia proprio a Fortezza;

Non è un caso che l’operazione Bernhard che faceva produrre sterline false dagli ebrei per poi giustiziarli, dopo l’8 settembre 1943, sia stata trasferita proprio nel castello Labers a Merano, città diventata luogo strategico dove s’incontravano diplomatici stranieri, spie, alti ufficiali dell’esercito nazista e criminali di guerra in fuga;

Non è un caso che molti prigionieri eccellenti dei nazisti siano stati detenuti nei pressi del Lago di Braies, in Alto Adige:

Non è un caso che la vedova del Col. Claus Schenk Graf von Stauffenberg, l’eroico attentatore che il 20 luglio del 1944 tentò, purtroppo invano, di uccidere Hitler lasciando una bomba nascosta dentro una valigia a Rastenburgn nella cosiddetta tana del lupo, sia stata ristretta agli arresti proprio a Bolzano;

Non è un caso che alcuni storici ( tra questi Luigi Canapini e Gerald Steinacher) abbiano rilevato l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno (Città annessa al terzo Reich, come Bolzano e Trento) Mons. Bortignon, salito su una scala per baciare i partigiani impiccati, davanti ai loro carnefici, e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Joannes Geisler, che, unitamente al suo fanatico Vicario Alois Pompanin, si limitava a predicare disciplina ed obbedienza al neo paganesimo razzista del regime nazista.

Non è un caso che Sua Santità Pio XI abbia definito “dei pazzi” tutti quegli ecclesiastici sudtirolesi che facevano propaganda per la Germania nazista;

Non è per caso che l’immensa mole di tesori, opere d’arte, statue, tappeti, pacchi di banconote, macchine da scrivere, impianti sanitari, ecc., razziati dalle truppe tedesche in giro per l’Italia e stoccati nelle caserme di Brunico, nella Scuola Agraria di Teodone e nelle altre strutture requisite ad hoc e/o direttamente nei magazzini privati di fidati nazisti di Brunico, siano letteralmente spariti, perché spartiti tra i loro sodali nazisti locali, tra gli ultimi giorni di aprile ed i primi giorni di maggio 1945, nei giorni immediatamente precedenti e successivi alla fuga degli occupanti tedeschi e prima dell’arrivo delle forze alleate, senza che le truppe in fuga abbiano avuto la possibilità di portarsi al seguito alcunché.

Non e' un caso che la gran parte dei compinenti del 98° Rgt Gebirgsjager della Wermachtt, che trucidarono migliaia di prigionieri a Cefalonia nel settembre 1943,fossero sud tirolesi ( cioe' altoatesini di lingua tedesca ) che nel 1939 avevano optato per la Germania di Hitler . e che, dopo la guerra, nonostante cio' riottennero la cittadinanza italiana, senza subire alcuna conseguenza per quel massacro.

Non e' un caso che Karl Ebner, lo "judenreferent " della Gestapo di Vienna  dal 1938 al 1945, responsabile della prigionia prima e della deportazione ed eliminazione poi verso i campi di sterminio di 50.000 ebrei austriaci, fosse un sudtirolese di Fortezza.

 Non e' un caso che il personaggio piu' carismatico del secondo dopoguerra dell'Alto Adige, considerato il padre dell'autonomia della Provincia autonoma di Bolzano, Silvius Magnago si sia laureato in giurisprudenza a Bologna nel 1940 con una tesi dal titolo " I reati contro la razza ed il patrimonio biologico ereditario della legislazione nazionalsocialista".

Non è un caso che i sette giovani italiani, costretti a forza a lavorare per la Wermachtt, che avevano tentato la fuga da Brunico, il 6 luglio 1944, siano stati immediatamente acciuffati, traditi dalla zelante delazione di sudtirolesi, (avidi delle 500 lire di taglia pendenti su ognuno di loro) e fucilati barbaramente  da un plotone fieramente comandato da un aitante Tenente SS brunicense (divenuto poi funzionario di un ente pubblico a Brunico), coadiuvato da un altro suo “concittadino” della stessa risma, presso l’attuale Caserma Lugramani,  senza che venissero ritenuti degni nemmeno di cristiana sepoltura e che solo nel 2001 abbiano trovato l’onore di una lapide all’interno della Caserma Enrico Federico, dove il nostro Presidente Provinciale Luis Durnwalder, nonché  Presidente onorario del corpo degli Schutzen,  vorrebbe relegare anche il nostro monumento che provoca tanto fastidio.

E, conseguentemente, non è per caso, che il 25 Aprile del 2009 siamo stati costretti a subire la marcia provocatoria, al macabro ritmo del tamburo, di 2.500 Schutzen  (alcuni dei quali mostravano ancora orgogliosamente le onorificenze naziste dei nonni e dei padri!) ed a sentire strane ed aberranti farneticazioni, da personaggi di una ben precisa parte politica avente nell’animo ancora una qualche nostalgia dello spirito che aleggiava su Dachau, Auschwitz, Theresienstadt, Buchenwald, Mathausen, Treblinka, Belzek, Bergen-Belsen, ecc. (c’è tuttora un sasso proveniente dall’Africa nel basamento di quel monumento! L’alpino è riprodotto con uno sguardo troppo truce) e di tutti coloro che vorrebbero far sparire o nascondere quel simbolo che rappresenta lo spirito e l’essenza in cui si identifica un intero popolo. Cosa aggiungere ancora, a seguito della farneticante e delirante mozione presentata presso il Consiglio Comunale di Brunico dai quattro consiglieri del partito Freiheitlinchen di estrema destra di lingua tedesca, in cui si dileggia ed insulta l’Esercito Italiano, gli alpini ed i soldati che praticamente vengono definiti assassini e criminali, chiedendo addirittura che venga vietata la deposizione di corone ai piedi del monumento stesso? La campagna militare dell’Italia del 1935-36, lungi dall’essere stata considerata ridicola agli occhi del mondo, suscitò sorpresa ed  ammirazione, soprattutto da parte della Inghilterra e della Germania nonostante esse avessero rifornito (la prima palesemente, la seconda segretamente) il Negus con armi e materiale moderno e ciò nonostante l’amicizia del dittatore italiano Mussolini  con quello tedesco Hitler. Non merita commenti perché assolutamente risibile poi l’accostamento di quella campagna militare con la guerra in Iraq! Per quanto riguarda poi l’impiego dell’arma chimica è da dire che tale arma micidiale, come noto, fu realizzata ed impiegata nel corso della prima guerra mondiale prima sul fronte francese ad Ypre dall’Esercito tedesco e successivamente sul fronte italiano nel corso dell’offensiva sul fronte dell’Isonzo dalle truppe austro-tedesche, in epoca in cui la ideologia nazista e quella fascista erano ben lungi dal prendere il potere. Successivamente a quegli eventi tutti i migliori eserciti, tra cui quello italiano, predisposero le necessarie misure di difesa dal nuovo ritrovato, acquisendo nei propri arsenali anche l’arma chimica. All’epoca del primo impiego tale ordigno fu ritenuto legittimo, tanto che le potenze vincitrici, pur condannando la Germania e l’Austria a pesantissime sanzioni, non contestarono loro la criminalità dell’uso del gas. Solo nel 1925 la Società delle Nazioni ne dispose il divieto sui campi di battaglia, successivamente ribadito  dall’O.N.U. L’ultima guerra in Iraq, infatti, è stata ufficialmente causata dal sospetto che il dittatore Saddam Hussein ne fosse provvisto. Per quanto riguarda la Campagna d’Etiopia i soldati abissini utilizzarono armi proibite, in modo particolare i proiettili esplosivi Dum-dum, anch'essi vietati dalla convenzione di Ginevra. Tali proiettili erano di uso comune per gli etiopi per cacciare, e venivano fatti artigianalmente incidendo una croce sulla punta dell'ogiva del proiettile di fucile, di modo che esso all'impatto si aprisse moltiplicando il danno e la devastazione delle ferite. Lo storico britannico James Strachey Barnes sostiene, come riferisce Arrigo Petacco, riguardo all'uso dell'iprite che gli italiani "lo fecero legalmente quando gli abissini violarono altre convenzioni: l'evirazione dei prigionieri, l'impiego delle pallottole esplosive e l'abuso del simbolo della Croce Rossa.” Tutti i reparti dell’armata comunque hanno sempre ignorato che si facesse uso di armi chimiche. L’arma chimica non è stata mai in dotazione ad alcun reparto delle Truppe Alpine. Ma ora mi sia consentito riportare alcune testimonianze di personaggi celebri, i primi due della stessa etnia dei firmatari della mozione, che hanno potuto conoscere sul campo il soldato italiano. Il Generale Heinz Guderian, l’inventore delle Panzerdivisionen, uno dei più abili strateghi del secolo scorso ed ultimo Comandante generale dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale: “Le Divisioni italiane di fanteria alpina sono le sole formazioni di fanteria al mondo che veramente entusiasmino un militare”; il Generale Erwin Rommel, Comandante dell’AfrikaKorp denominato “la volpe del deserto”: “Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco”. Aggiungo, tanto per non voler essere autoreferenziale, ancora un pensiero dell’acerrimo nemico dell’Italia W. Churchil: “Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore". Per i firmatari in questione non aggiungerei altro se non la considerazione che se essi avessero approfondito la conoscenza della storia degli alpini e quella dei sudtirolesi, soprattutto per il periodo 1939-45 con particolare attenzione al periodo 8 settembre 1943 - maggio 1945, magari informandosi anche direttamente dagli anziani padri e nonni, non avrebbero mai osato vomitare tanto veleno contro il soldato italiano con l’intenzione di infangarne la memoria e l’onorabilità, tramite uno scritto che oltretutto, a mio parere, forse presenta anche gli estremi di vilipendio alle FF.AA. ed apologia di reato! Ne hanno facoltà e sono ancora in tempo!

Per finire, al nostro Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano Luis Durnwalder mi sento di dire. “ No, Signor Presidente, anche da quanto si può evincere da questo breve ed incompleto “excursus” storico, il monumento non deve essere nascosto in una caserma! Sono ben altri coloro che dovrebbero nascondersi dietro ad un muro e che meriterebbero un marmoreo attestato d’infamia! L’alpino, invece, può mostrasi a tutti ed andare fiero e a testa alta a Brunico, in Italia e nel mondo intero!

Concludo che per tutto quanto suesposto e per miriadi di altrettanti validissimi motivi che si potrebbero aggiungere, il monumento all’alpino merita  il massimo rispetto ed onore da parte di tutti  e non si tocca! Rimanga al suo posto! W gli alpini! W l’Italia.


Scritto gentilmente concesso dal Col.alp ar Romeo Pantalone


Fotografia Gentilmente concessa da Ermanno Claudio Adang - www.valloalpino.it


Il monumento all’alpino di Brunico tra storia e sentimenti
Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Febbraio 2017 20:29