I GUANTI - UBER ALLES
Scritto da Renato Ferrais   
Venerdì 13 Novembre 2015 20:57
I GUANTI - UBER ALLES
TESTO SCRITTO DA LUIGI PAINI
( che ne permette la pubblicazione )
 PUBBLICATO DA RENATO FERRAIS
(S.Candido -giugno 1965 - BTG. Val Brenta )
Il primo venerdi' di giugno 1965, vengo avvertito che dovro' montare di picchetto per il giorno successivo sabato alle ore 18. La notizia non mi mette di buon umore, perche' al lunedi' avrei dovuto partecipare al campo estivo.
Al sabato inizio il mio turno ed acuni alpini escono in libera uscita per incontrarsi con i loro parenti prima della lunga assenza. Durante la domenica mattina dalla caserma Druso esce circa la meta' dell'organico, mentre nel pomeriggio la caserma si svuota del tutto.
Ogni alpino ne approfitta per comprare viveri ed indumenti di ricambio che potrebbero essere utili durante il campo estivo. Il tempo era splendido, l'aria cristallina, frizzante ed il gruppo dolomitico dei Baranci si stagliava nel cielo con un numero infinito di guglie, tanto maestoso che avrebbe potuto ispirare l'architetto che ha progettato il duomo di Milano.
Ogni ora facevo il controllo delle sentinelle sulle altane. Eravamo in un periodo in cui erano frequenti atti di terrorismo da parte degli irredentisti sud tirolesi e non bisognava abbassare la guardia, in particolare la domenica con la caserma sguarnita Al ritorno di una delle ispezioni, alle ore 15 circa riprendo a leggere un giallo di Rex Stout, disteso su una branda di una cella in fondo ad un lungo corridoio.
Mentre stavo per scoprire il nome dell'assasino sento lo squilo di tromba da parte di un componente del picchetto.
Quando si sentiva il suono della tromba tutti dovevano correre senza sapere per quale motivo, perche gli alpini che si alternavano in questa funzione non sapevano suonare e di conseguenza si sentivano solo pernacchie emesse da una tromba vecchia quanto ammaccata. Parafrasando Hemingway: "Se senti suonare la tromba di un alpino del picchetto, non chiederti per chi suona, essa suona per tutti e tutti devono correre, qualunque sia il motivo " . Nel sentire questo suono ho pensato ad un possibile attacco terroristico, percio' mi sono liberato del libro ed afferrato il mitra, mi sono messo a correre come un centometriste verso l'uscita. Al termine del corridoio, lungo circa 15 metri c'erano quattro gradini e l'ingresso della porta carraia. Per non perdere tempo ho saltato i gradini allungando la gamba destra come se dovesse saltare un ostacolo di una pista di atletica. All'altezza dell'ultimo gradino ho avertito un duro colpo sotto il piede destro, deviando pericolosamente la taiettoria di caduta. Giunto a terra sono riuscito a mantenere la posizione eretta con molta difficolta' e mi sono subito girato per capire cosa avessi urtato. Durante l'uscita dalla porta la vista e' stata decisamente compromessa dalla luce intensa dell'esterno, perche venivo da un ambiente piu' scuro. L'attenzione pero' e' stata subito attratta da un cappello che mi inseguiva e che, arrivato vicino ai miei piedi, si fermava mettendo in evidenza l'argenteo rettangolo con una stella al centro, tipico del grado di generale di brigata. Infatti, qualche metro piu' indietro c'era una persona distesa a terra come una pelle di leone. Sono rimasto col cevello in corto circuito incapace di capire se stessi vivendo un incubo o fossi stato trasferito in un mondo sconosciuto.
Poi, vedendo la guardia schierata e l'auto con la bandierina da generale, ho dovuto svegliarmi e decidere. Rapidamente mi sono avvicinato al malcapitato generale per aiutarlo ad alsarzi. Questi pero' rifiuta l'aiuto alzandosi con una insospettabile agilita', si pulisce i pantaloni e, messosi il cappello che gli porto, mi guarda sensa tradire alcuna disagio od emozione ed odio nei miei confronti.
Si puo' facilmente immaginare i pensieri che in modo tumultuoso si avvicendavano nel mio cervello, sopratutto per chi ha fatto il militare in quel periodo ed in quei luoghi.
Ho persino immaginato di essere davanti al plotone di esecuzione per tentato omicidio di un generale o dietro una grata di una prigione. A questo punto non mi restava altro che presentarmi come mi avavano insegnato alla scuola militare alpinadi Aosta. Al termine mi aspettavo una litania di rimproveri, ed invece, nulla di tutto questo. Il generale mi guarda per tre o quattro interminabili secondi da capo a piedi, poi , come non fosse successo niente, mi dice: " Tenente lei non indossa i guanti, perche'? ". Chi mi conosce bene, sa che non li indosso nemmeno in inverno, figuriamoci d'estate.
A questo punto capisco che non voleva infierire piu' di tanto, e rispondo subito:"Domani devo partire per il campo setivo ed i guanti sono gia' messi nello zaino" .Di rimando dice: " Andiamo a vedere come sono distribuite le sentinelle e come tenete la caserma".
Dopo un'ora ritorniamo verso l'uscita ed il generale si mostra visibilmente soddisfatt per i risultati dell'ispezione e mi dice di salutare il tenente colonello Besozzi, comandante del Btg. Valbrenta.
Appena se ne fu andato, gli alpini mi vennero incontro ridacchiando, facendo a gara con la dolce parlata veneta per rincuorarmi per la scampata avventura, conclusasi senza danni.
Naturalmente per togliere l'arsura di cui ognuno soffriva in quel momento, si e' dovuto far ricorso ad una generosa bevuta di grappa, con preghiera di non diffondere la notizia, cosa che si e' riuscito fino quasi al termine de campo estivo.Il giorno dopo alle due del mattino inizia il campo. Sulle spalle uno zaino di trenta kg., senza considerare la pistola ed il mitra. Si percorrono sentieri ancora innevati, valli e foreste di conifere incantevoli.
Ogni giorno sveglia a mezzanotte e partenza alla una, dopo una colazione al buio, al freddo, fatta con pane cioccolato ed acqua di fusione della neve. Di radersi la barba e lavarsi nemmeno a pensarci. Dopodue settimane si inizia a percorrere la val Casies al termine della quale ocorreva risalire verso la forcella Anterselva per scendere nella valle omonima.
Superata la forcella, inizia il sentiero in discesa ricavato sul fianco quasi verticale della parete ancora innevato. Io mi trovo con due zaini sulle spalle da due ore perche' un alpino e' in crisi,cosa che nel gergo alpino si usa dire che "ha tirato l'ala". in quelle condizioni perdo terreno e tra me ed il mio plotone si forma un distacco crescente e considerevole. A quota 2000 mt. Raggiungo la compagnia dopo circa un'ora e stranamente la trovo su un pianoro inquadrata per plotoni con il comandante al fianco. Appena raggiungo il mo plotone , chiedo al mio capitano Caruso per quale motivo ci siamo fermati invece di scendere a valle, senza avere pero' nessuna risposta.
La fame e la sete erano arrivate ai limiti insopportabili ed eravamo inquadrati ad aspettare non si sa chi o che cosa. Il sole si rifletteva sulla neve provocando una abbondante e fastidiosa lacrimazione. Il peso di due zaini aveva compresso i polmoni e la respirazione si faceva si faceva sempre piu' faticosa.
Dopo qualche minuto in quella posizione eretta, non riscendo piu' a resiste, mi sono allontanato per appendermi con le mani ad una roccia e rilassarmi distendendo i muscoli della schiena in modo da facilitare la respirazione decisamente difficoltosa. Dopo qualche minuto riprendo il mio pesto e quasi contemporaneamente si sente un debole e ritmato suono di un elicottero che risale la valle di Anterselva avvicinandosi sempre piu', Poco dopo l'elicottero atterra in una radura distante circa cento mt. e sento dire che e' sesa una persona. La stanchezza aveva raggiunto livelli tali da rendermi quasi assente dalla realta' in cui mi trovavo. Una voce dice che il colonnello e' andato incontro al nuovo arrivato ed insieme passarono in rassegna la compagnia. Io sono a fianco dell'ultimo plotone e l'attesa provoca, a causa della luce ed anche in presenza di un sudore salato, un'abbondante lacrimazione distorcendo le immagini. Quando il colonello e l'altra persona mi passano davanti, quest'ultimo si ferma mentre il colonello prosegue per inerzia di altri due passi poi anche lui si blocca. Nelle condizioni in cui mi trovavo non riuscivo nemmeno a rendermi conto di quanto stasse succedendo, a causa della fatica e della fame crescente. La persona che si era anche molto piu' piccola di me e quasi scompariva dal mio campo visivo. Ad un tratto sento una voce: " Tenente, non indossa ancora i guanti "ì. Io spalanco gli occhi e cerco di mettere a fuoco la persona che mi si para davanti e che ho atterrato in modo rovinoso e maldestro. Vi assicuro che per la barba lunga ed il cappello da " stupido " ( norvegese ), mia madre non mi avrebbe riconosciuto e se fosse stata presente e ci fosse riuscita, avrebbe preso a schiaffi sia il colonello che il generale per lo ststo in cui si trova il suo bambino. La mamma e' sempre la mamma ììì
La faccia del colonello si sbianca ed il generale mi ordina di suotare lo zaino per controllare se due settimane prima avessi detto la verita'. A questo punto mi sono inginocchiato davanti allo zaino perche' non avevo piu' energie e perche' ero piu' comodo a svuotarlo.
Appena aperto,mi e' venuto il dubbio di aver restituito lo zaino giusto all'alpino in crisi, nel caso contrario mi sarei trovato davvero nei guai.
Dallo zaino e' uscito di tutto: maglie di lana e mutande sporche, maschera antigas, croste di pane, pezzi di formaggio, resti di salami, insieme a calze di lana e caricatori per il mitra.Il tutto emanava una puzza tanto forte da stordire un mulo. Ogni regola igienica era saltata.Impassibile il generale osservava e  si chinava sempre piu', forse desideroso che io non trovassi i guanti, curvandosi man mano che arrivavo al fondo dello zaino. Finalmente ecco uscire dal fondo la mano destra con i guanti di pecari, regalo della mia morosa Teresa, ora mia moglie, detta Gilda, perfettamente asciutti e stirati. A questo punto il generale mi ordina di indossarli e di mettere a posto lo zaino. Ogni tanto guardavo la faccia del colonnello che assumeva ogni tipo di espressione e l'ultima non lasciava presagire nulla di buono.
Ricomposto lo zaino, mi sono messo sull'attenti mentre il generale si allontanava dopo avermi detto: " Adesso li indossi sempre perche' fanno parte della divisa".
Conservo ancora quei guanti di pecari che sono diventati una sorta di feticcio.
Appena il generale si e' allontanato sull'elicottero il colonnello ha voluto sapere tutto ed al termine ha sentenziato l'acquisto, da parte mia di una damigiana di vino e cinque bottiglie digrappa da offrire a tutti ( mezzo stipendio e' volato via ). Durante la bevuta, il colonnello mi racconto' che il generale Andreis possedeva una memoria visiva prodigiosa. Potete immaginare le battute cui sono stato fatto segno da parte di tutti gli ufficiali ed alpini ognqualvolta mi vedevano senza guanti. Giunti a valle il colonnello mi ordina di mangiare qualcosa e come " premio " per la figura col generale, di fare una ricognizione per la marcia notturna con due alpini. Al termine sarei stato recuperato da una macchina militare che, ripordandomi alla base nella parte alta della valle, mi avrebbe consentito codi' di guidare la compagnia di nuovo a fondo valle a Nesseno. Durante il trasferimento da Anterselva a Nesseno, ho incontrato decine di biforcazioni che inspiegabilmente ho indovinato tutte. Se si pensa che questa marcia  e' avvenuta di notte in una foresta, coi riflessi azzerati dalla fatica e dalla fame, si rimane sorpresi non poco per essere riusciti a giungere esattamente al campo base disposto su un prato lungo la S.S. della Pusteria. Chi a guidato degli alpini e sbagliato sentiero, sa i rischi che si corrono. In questo caso posso dire che qualcuno da lassu' mi ha guidato, mosso da una compassione infinita. Al termine i due alpini che mi hanno accompagnato nella perlustrazione pomeridiana, mi hanno piu' volte chiesto come fossi riuscito a non sbagliare. Io rispondevo che dopo avrei dato loro la spiegazione.
Temporeggiavo, perche' non sapevo cosa dire. Poi, messo alle strette, ho detto che e' stato un miracolo, provocando una sonora risata. Poi quando hanno visto che restavo serio, uno si avvicina e mi dice in veneto: " Allora se vero cio'! No dise monade!? ", facendosi sempre piu' serio. Questo intero movimento si e' concluso alle quattro della notte; mi sono seduto in terra al campo base e subito addormentato o svenuto con lo zaino sulle spalle. Durante la notte l'alpino di ronda e' inciampato nelle mie gambe; spinto dalla pieta' mi ha tolto lo zaino, disteso e lasciato a dormire all'addiaccio. Avevo camminato per oltre 26 ore  con un solo pasto perso mezzo stipendio per un paio di guanti non indossati.
Luigi Paini
Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Febbraio 2017 20:55