LA SENTINELA
Scritto da Renato Ferrais   
Lunedì 16 Gennaio 2017 09:44
Valle di Sesto di Pusteria
Mt. Arnese quota 2550 mt.
Valle di Sesto di Pusteria
Mt. Arnese quota 2550 mt.
TESTO SCRITTO DA LUIGI PAINI
PUBBLICATO DA RENATO FERRAIS
Da quattro mesi mi trovo sul monte Arnese /Hornischegg con venticinque alpini un sergente A.U.C. ed un brigadiere dei carabinieri in rappresentanza della legge. Il rifugio che occupiamo è stato costruito scavando nella roccia per ricavarne uno spazio sufficiente per questo organico, poi chiuso da una parete di mattoni. Questo rifugio si trova esattamente sulla linea di confine con l’Austria, sotto la cima del monte di soli quindici mt., ben segnato da parallelepipedi di marmo bianco con le lettere I per l’Italia rivolta sud e ed O per l’Austria rivolta a nord ed una data 1920, anno in cui sono stati firmati i patti per fissarne i confini. La ragione della costruzione di quel rifugio era motivata dal timore che la Germania potesse invadere l’Italia dall’Austria quando Mussolini non era ancora alleato con Hitler.
Dopo la seconda guerra non era più stato utilizzato. Solo in queste circostanze, dovute al terrorismo nel Sud Tirolo si è provveduto alla loro riapertura. Durante questo periodo sono accaduti numerosi fatti che rimarranno ben fissi nella memoria, come l’uccisione di due carabinieri nella loro casermetta alla periferia del paese di Sesto Pusteria ad opera di due terroristi, con una raffica di mitra dall’esterno della finestra, mentre stavano cenando. Io mi trovavo a qualche centinaio di metri e non oso pensare a cosa sarebbe successo se fossi stato più vicino. Probabilmente sarei caduto nella stessa imboscata, oppure avrei potuto difenderli. Prima di occupare questo rifugio, eravamo a quota duemila, in tenda, esposti ad ogni tipo di attacco senza poterci difendere. Siamo rimasti in quella condizione per circa un mese. Poi, a causa del pericolo, ci siamo spostati in questo rifugio in cima al monte. L’episodio che mi accingo a raccontare si è svolto durante la terza domenica di settembre (mancavano due settimane all’alba). Fin dalle ultime ore del mattino imperversava una tormenta di neve, vento e nebbia come mai nella vita mi è più capitato di vedere, nemmeno sul mt. Bianco o mt. Rosa dopo la Naja, durante i miei allenamenti di sci- alpinismo per il trofeo Mezzalama. Il vento soffiava ad oltre 120 km/ora e diventava difficile e pericoloso restare in piedi sulla linea di confine in cresta e non solo, era impossibile vedere ogni eventuale passaggio di terroristi. Con queste condizioni proibitive era permesso, dalle norme militari di conduzione del rifugio (Le Consegne), ritirare le sentinelle all’interno del rifugio. Nonostante questo ho disposto la guardia composta da un alpino all’ingresso del sentiero che dava l’accesso al rifugio. Ogni 30 minuti sostituivo la guardia per ovvi motivi, uscendo personalmente, purtroppo senza chiudere la porta col catenaccio ed una volta rientrato mi mettevo in ascolto continuo con la tenenza dei carabinieri di San Candido con una radio Prodel, alimentata da una batteria a sua volta caricata da una dinamo azionata da una bicicletta fissa. La tormenta ed il buio rendevano impossibile il nostro impegno di pattuglia del confine e ci rendeva particolarmente nervosi perché i terroristi conoscevano perfettamente il territorio e potevano muoversi, anche se tra molti pericoli. Alla una di notte di questo inizio di lunedì, mentre stavo parlando con i carabinieri via radio, si spalanca la porta dove mi trovavo con altri tre alpini, permettendo anche alla neve ed al vento di sparpagliare i fogli che erano distribuiti sul tavolo. Io non alzo la testa dal momento che indossavo le cuffie e mi dilungo ad elencare una serie infinita di imprecazioni, senza guardare subito chi fosse entrato. Nella stanza piomba un silenzio irreale. Con la coda dell’occhio vedo gli alpini irrigidirsi in modo imbarazzante come se avessero visto un fantasma, e subito rivolgo lo sguardo verso la porta. Vedo due persone a noi sconosciute. Una poteva avere circa quaranta anni, l’altra sessanta. Nel vederli il sangue si è letteralmente gelato e non certo per il freddo. Il primo pensiero è stato quello di associarlo subito ad una irruzione da parte di due terroristi passati senza essere visti dalla giovane sentinella. In quell’istante il più anziano si toglie il cappuccio della giacca a vento mettendo in mostra i gradi di generale di brigata e l’altro da capitano. Subito il generale mi aggredisce chiedendomi perché la guardia non mi abbia visto. Io cerco di temporeggiare per costruirmi una difesa più logica possibile. Per salvare l’alpino, che non avrebbe nemmeno dovuto esserci, ho subito dichiarato che nelle consegne del rifugio si prevedeva il ritiro della sentinella nel caso di temporale con fulmini e bufera di neve, cosa peraltro vera e davvero contemplato dal libretto delle consegne. Queste ragioni nonostante fossero vere, hanno mandato in bestia il generale, che mi ha rimosso dall’incarico. Appena fatto giorno, dopo poche ore, senza chiudere occhio durante la notte in preda allo sconforto, siamo scesi a San Candido accolti da tutta la gerarchia del Btg. Val Brenta. Dopo un’ora mi è stata comunicata una punizione di 10 gg. di arresti di rigore ed alla sera la denuncia al tribunale militare. Il generale, ho saputo successivamente, che era stato nominato il giorno prima a capo della Brigata Tridentina al posto del gen. Andreis e per festeggiare la nomina, si era avventurato sul fianco della valle di Sesto Pusteria col capitano sin dal mattino. Sorpresi dalla tormenta, si sono persi ed invece di scendere a valle, hanno seguito la linea di confine perché sapevano di trovare il nostro rifugio (od il rifugio del monte sant’Elmo). Infatti hanno raggiunto il mio rifugio, con le conseguenze che ho descritto. Il mio stato d’animo era sotto i piedi, anche e soprattutto perché mancavano due settimane al congedo. In questa situazione correvo il rischio di restarci qualche anno, ma in prigione. Dopo tre giorni il colonnello mi ordina di andare a dare il cambio al tenente che si trovava nel rifugio a guardia della valle di Anterselva. Nessuno mi informava di quello che stava avvenendo sul mio caso, provocando un’ angoscia devastante. Appena entrato nel rifugio, mi vengono passate le consegne e come un automa seguo il collega uscente nella descrizione del rifugio ed i compiti da espletare. Nonostante il tormento che mi corrodeva, non mi sfugge un intenso odore di carne fresca. Io sono nato in un paese della bassa Parmense e sono abituato sin da piccolo a sentire questo odore, cosa che in un rifugio non si dovrebbe sentire perché la carne arriva stagionata. Chiedo spiegazioni al collega ed all’alpino che fungeva da cuoco ed era anche macellaio nella vita borghese, ottenendo risposte evasive e poco convincenti. Dopo aver salutato il collega , ritorno nella casermetta e chiedo di nuovo al cuoco i motivi di questo odore, ottenendo ancora un nulla di fatto. A questo punto faccio uscire tutti ed ispeziono ogni recesso, finchè, aperto un sottoscala, trovo la ragione del persistente odore. Nel sottoscala in questione, infatti, c’era in bella mostra una scala a libro con un agnello di circa cinque kg. scuoiato ed impiccato alle due zampe inferiori. Chiamo subito il cuoco e gli mostro ciò che ho trovato chiedendo spiegazioni. A questo punto non poteva più scappare ed è costretto a vuotare il sacco. Inizia col dire che a quota 2000 mt., durante una perlustrazione, hanno trovato un agnello che si era allontanato dal gregge e ne hanno approfittato per ucciderlo col calcio del mitra. Infilatolo nello zaino sono tornati in sede e lo hanno scuoiato. Subito ho chiesto dove avessero messo la pelle. Il cuoco risponde che l’hanno sepolta nel prato vicino al fiume. Il mio stato d’animo già precario, si è ulteriormente afflosciato pensando a quello che sarebbe potuto accadere se i cani della zona l’avessero trovata. I valligiani, che non gradivano certo la nostra presenza, ci avrebbero assediati, così come gli indiani assediavano fort Apaches. Ho dato subito ordine di recuperare la pelle e di portarla nel rifugio per poterla dare all’autista del camion, che il giorno dopo sarebbe venuto a portarci i viveri. La situazione sembrava recuperata, ma ci sono circostanze che sembrano autoalimentarsi in negativo. Dopo cena due alpini vanno in libera uscita con un permesso regolare, firmato dal precedente s.tenente che ho sostituito. Alle 21 sento bussare alla porta, vado ad aprire e mi trovo di fronte un frate di San Candido che avevo conosciuto durante il pellegrinaggio militare a Lourdes. Questo frate era il priore del bellissimo chiostro di San Candido e si chiamava Padre Peter sud tirolese. Mi informa che in mezzo alla strada di fronte al bar, ci sono due alpini sdraiati in mezzo la strada, che, completamente ubriachi, si passavano chicchi d’uva l’un l’altro cantando e vantandosi di aver preso un agnello, per fortuna senza essere compresi dai sud tirolesi. Di fronte a tanta scelleratezza, il frate ha pensato bene di telefonare al generale Silio Barbi, suo amico da molti anni, senza però trovarlo, fortunatamente per me. Allora, saputo che c’era un rifugio condotto da militari alpini, è venuto ad avvertirne il comandante. Mentre mi raccontava questa storia, mi sentivo completamente incapace di sopportare quello che sarebbe potuto accadere. Se prima ci fossero state deboli speranze di recupero, ora si annullavano del tutto. Però, appena saputo che il generale non era stato trovato, mi sono seduto invitando il frate a fare altrettanto, raccontandogli ciò che era accaduto sul monte Arnese qualche giorno prima e per carità di Dio, per l’amicizia che era nata a Lourdes, di non farne cenno al generale per nessuna ragione, cosa valida anche per gli anni successivi. Durante tutto il racconto mi prodigavo di dargli da bere e mangiare per dovere di ospitalità, ma anche spinto da un istinto di sopravvivenza. Questo è uno dei tanti miracoli che mi hanno salvato all’ultimo istante. Questi miracoli sono stati così numerosi durante tutta la mia vita, che penso si siano esauriti, rendendomi sempre più prudente. Da questo punto in avanti la strada, per quanto ancora difficile, sembrava non degenerare ulteriormente. Il giorno prima del congedo, finalmente vengo chiamato in caserma dal col. Besozzi e, giunto in caserma, mi informa che, tramite il generale Andreis, era riuscito a fermare la mia denuncia al tribunale militare. Alla sera lo stesso colonnello ci riunisce tutti e, dopo una abbondante bevuta, ci consegna il congedo. Arrivato a me dice: “La prego, stia in futuro lontano da ogni generale perché o li travolge o si fa travolgere”. A mezzanotte, con il mio maggiolino blu indaco, che possiedo ancora, mi metto alla guida e senza fermarmi scappo verso casa col terrore di essere inseguito da quel generale in preda a qualche ripensamento. Le strade sono sgombre dal solito traffico e riesco ad arrivare a casa in un tempo record: alle 6.00. Però non riesco ad entrare in casa perché due grossi cani lupo presi da mio padre durante la mia assenza, non mi permettono di farlo perché non mi conoscono. Aspetto fino a quando mio padre si alza alle sette e finalmente posso entrare in un luogo sicuro. Dopo quaranta anni sono ritornato in quel rifugio e vi confesso che l’emozione è stata terribile quanto insopportabile. Non sono riuscito ad entrare perché nel cervello si era formato un blocco che mi impediva di farlo. Mi sembrava di incontrare ancora quel generale pronto a minacciarmi di nuovo . Dopo altri cinque anni sono partito con la giusta determinazione e la volontà di entrare nel rifugio ed immaginare nel più totale silenzio tutti gli episodi che ho vissuto, soprattutto l’ultimo. Dopo qualche minuto avevo la sensazione di essere ancora attorniato dagli alpini che hanno condiviso con me quella permanenza in un periodo piuttosto burrascoso e, finalmente, mi sono sentito in pace. Inutile dire che le condizioni del rifugio erano miserevoli, come del resto la caserma Druso e le altre ormai abbandonate al loro destino. Ogni oggetto lasciato era stato distrutto compresa la bella stufa a legna che avevo montato io stesso e che era stata costruita nel paese dove sono nato, Sorbolo in provincia di Parma. Ho scattato molte foto digitali all’interno ed all’esterno del rifugio, che conservo e che, di tanto in tanto, riguardo. Quando sono “alla ricerca del tempo perduto”, improvvisamente preparo uno zaino, lo riempio di viveri e salgo su quel monte che mi ha irrimediabilmente segnato nell’animo più di ogni altra esperienza, entro in quel rifugio come se volessi farmi perdonare di averlo lasciato in quel modo traumatico. Alcune note curiose. Il carabiniere, che era presente in quei mesi, era stato letteralmente prelevato da Palermo e portato a duemilacinquecento metri dalla parte opposta del paese. Mi confessò imbarazzato che non aveva mai visto la neve. Il primo di agosto di quell’anno, in tenda, nevicò: fu dunque subito accontentato. Confessò anche che non capiva una parola di quello che dicevano gli alpini. Questo gruppo era formato da un miscuglio di veneti e bergamaschi. I primi riuscivo a capirli anch’io, mentre i secondi no. La cosa lo sorprendeva non poco perché, dopo tutto, erano lombardi anche loro, al tempo stesso, però, questo lo consolava. L’alpino che non aveva visto il generale ed il capitano si chiamava Pannella, aveva vent’ anni ed era uno dei venticinque che avevano sostituito i congedanti. Non aveva esperienza ed era terrorizzato dalla bufera e, sotto le armi da circa tre mesi, veniva dalla città. Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe potuto accadere se con me ci fossero stati i ”Veci”, tutti valligiani dotati di buon senso, iniziativa e coraggio, come raramente mi sarà dato di vedere in futuro. Quel generale non sarebbe entrato e sarebbe rimasto sotto tiro del suo mitra tutta notte, perché non sapeva la parola d’ordine, come è davvero successo una volta in caserma con un Maggiore. I muli, che ogni due giorni ci fornivano di viveri ed acqua, si chiamavano Vetusto e Cinque e, quando arrivavano in prossimità del rifugio, sembrava ridessero ed infatti avevano tutte le ragioni, perché noi davamo loro ogni resto della cucina e qualche volta anche acqua con poca grappa: quella scarseggiava sempre. Una volta, mentre percorrevano la cresta di confine col terreno innevato e sotto un sole implacabile, accecati ed imbizzarriti perché non riuscivano a vedere il sentiero, si sono messi a scalciare e sgroppare, liberandosi del carico e scappando in territorio austriaco. Sono stati ritrovati ad undici km, in direzione di Lienz, in territorio austriaco e riportati in Italia. Noi siamo rimasti senza viveri per due giorni e, per sopravvivere, di sera abbiamo seguito le orme dei muli sulla neve in Austria, per recuperare qualche cosa da mettere sotto i denti, facendo bene attenzione a non passare per invasori o addirittura per terroristi. L’agnello ucciso in modo sconsiderato nella valle di Anterselva è stato cucinato dal cuoco-macellaio in modo egregio con contorno di funghi, facendosi così perdonare. Al mio ritorno a valle sono andato a ringraziare ancora Padre Peter. Posso concludere che avrei fatto a meno di quest’ultima avventura, ma, visto che non mi ha distrutto, vi assicuro che mi ha fornito una corazza di una durezza notevole, perché mi ha fatto capire che bisogna lottare sempre a oltranza. Del resto non si possono fare esperienze senza buttarsi nella mischia e cercare di uscirne disperatamente con tutte le forze, possibilmente senza troppi danni. luigi paini Da quattro mesi mi trovo sul monte Arnese /Hornischegg con venticinque alpini un sergente A.U.C. ed un brigadiere dei carabinieri in rappresentanza della legge. Il rifugio che occupiamo è stato costruito scavando nella roccia per ricavarne uno spazio sufficiente per questo organico, poi chiuso da una parete di mattoni. Questo rifugio si trova esattamente sulla linea di confine con l’Austria, sotto la cima del monte di soli quindici mt., ben segnato da parallelepipedi di marmo bianco con le lettere I per l’Italia rivolta sud e ed O per l’Austria rivolta a nord ed una data 1920, anno in cui sono stati firmati i patti per fissarne i confini. La ragione della costruzione di quel rifugio era motivata dal timore che la Germania potesse invadere l’Italia dall’Austria quando Mussolini non era ancora alleato con Hitler. Dopo la seconda guerra non era più stato utilizzato. Solo in queste circostanze, dovute al terrorismo nel Sud Tirolo si è provveduto alla loro riapertura. Durante questo periodo sono accaduti numerosi fatti che rimarranno ben fissi nella memoria, come l’uccisione di due carabinieri nella loro casermetta alla periferia del paese di Sesto Pusteria ad opera di due terroristi, con una raffica di mitra dall’esterno della finestra, mentre stavano cenando. Io mi trovavo a qualche centinaio di metri e non oso pensare a cosa sarebbe successo se fossi stato più vicino. Probabilmente sarei caduto nella stessa imboscata, oppure avrei potuto difenderli. Prima di occupare questo rifugio, eravamo a quota duemila, in tenda, esposti ad ogni tipo di attacco senza poterci difendere. Siamo rimasti in quella condizione per circa un mese. Poi, a causa del pericolo, ci siamo spostati in questo rifugio in cima al monte. L’episodio che mi accingo a raccontare si è svolto durante la terza domenica di settembre (mancavano due settimane all’alba). Fin dalle ultime ore del mattino imperversava una tormenta di neve, vento e nebbia come mai nella vita mi è più capitato di vedere, nemmeno sul mt. Bianco o mt. Rosa dopo la Naja, durante i miei allenamenti di sci- alpinismo per il trofeo Mezzalama. Il vento soffiava ad oltre 120 km/ora e diventava difficile e pericoloso restare in piedi sulla linea di confine in cresta e non solo, era impossibile vedere ogni eventuale passaggio di terroristi. Con queste condizioni proibitive era permesso, dalle norme militari di conduzione del rifugio (Le Consegne), ritirare le sentinelle all’interno del rifugio. Nonostante questo ho disposto la guardia composta da un alpino all’ingresso del sentiero che dava l’accesso al rifugio. Ogni 30 minuti sostituivo la guardia per ovvi motivi, uscendo personalmente, purtroppo senza chiudere la porta col catenaccio ed una volta rientrato mi mettevo in ascolto continuo con la tenenza dei carabinieri di San Candido con una radio Prodel, alimentata da una batteria a sua volta caricata da una dinamo azionata da una bicicletta fissa. La tormenta ed il buio rendevano impossibile il nostro impegno di pattuglia del confine e ci rendeva particolarmente nervosi perché i terroristi conoscevano perfettamente il territorio e potevano muoversi, anche se tra molti pericoli. Alla una di notte di questo inizio di lunedì, mentre stavo parlando con i carabinieri via radio, si spalanca la porta dove mi trovavo con altri tre alpini, permettendo anche alla neve ed al vento di sparpagliare i fogli che erano distribuiti sul tavolo. Io non alzo la testa dal momento che indossavo le cuffie e mi dilungo ad elencare una serie infinita di imprecazioni, senza guardare subito chi fosse entrato. Nella stanza piomba un silenzio irreale. Con la coda dell’occhio vedo gli alpini irrigidirsi in modo imbarazzante come se avessero visto un fantasma, e subito rivolgo lo sguardo verso la porta. Vedo due persone a noi sconosciute. Una poteva avere circa quaranta anni, l’altra sessanta. Nel vederli il sangue si è letteralmente gelato e non certo per il freddo. Il primo pensiero è stato quello di associarlo subito ad una irruzione da parte di due terroristi passati senza essere visti dalla giovane sentinella. In quell’istante il più anziano si toglie il cappuccio della giacca a vento mettendo in mostra i gradi di generale di brigata e l’altro da capitano. Subito il generale mi aggredisce chiedendomi perché la guardia non mi abbia visto. Io cerco di temporeggiare per costruirmi una difesa più logica possibile. Per salvare l’alpino, che non avrebbe nemmeno dovuto esserci, ho subito dichiarato che nelle consegne del rifugio si prevedeva il ritiro della sentinella nel caso di temporale con fulmini e bufera di neve, cosa peraltro vera e davvero contemplato dal libretto delle consegne. Queste ragioni nonostante fossero vere, hanno mandato in bestia il generale, che mi ha rimosso dall’incarico. Appena fatto giorno, dopo poche ore, senza chiudere occhio durante la notte in preda allo sconforto, siamo scesi a San Candido accolti da tutta la gerarchia del Btg. Val Brenta. Dopo un’ora mi è stata comunicata una punizione di 10 gg. di arresti di rigore ed alla sera la denuncia al tribunale militare. Il generale, ho saputo successivamente, che era stato nominato il giorno prima a capo della Brigata Tridentina al posto del gen. Andreis e per festeggiare la nomina, si era avventurato sul fianco della valle di Sesto Pusteria col capitano sin dal mattino. Sorpresi dalla tormenta, si sono persi ed invece di scendere a valle, hanno seguito la linea di confine perché sapevano di trovare il nostro rifugio (od il rifugio del monte sant’Elmo). Infatti hanno raggiunto il mio rifugio, con le conseguenze che ho descritto. Il mio stato d’animo era sotto i piedi, anche e soprattutto perché mancavano due settimane al congedo. In questa situazione correvo il rischio di restarci qualche anno, ma in prigione. Dopo tre giorni il colonnello mi ordina di andare a dare il cambio al tenente che si trovava nel rifugio a guardia della valle di Anterselva. Nessuno mi informava di quello che stava avvenendo sul mio caso, provocando un’ angoscia devastante. Appena entrato nel rifugio, mi vengono passate le consegne e come un automa seguo il collega uscente nella descrizione del rifugio ed i compiti da espletare. Nonostante il tormento che mi corrodeva, non mi sfugge un intenso odore di carne fresca. Io sono nato in un paese della bassa Parmense e sono abituato sin da piccolo a sentire questo odore, cosa che in un rifugio non si dovrebbe sentire perché la carne arriva stagionata. Chiedo spiegazioni al collega ed all’alpino che fungeva da cuoco ed era anche macellaio nella vita borghese, ottenendo risposte evasive e poco convincenti. Dopo aver salutato il collega , ritorno nella casermetta e chiedo di nuovo al cuoco i motivi di questo odore, ottenendo ancora un nulla di fatto. A questo punto faccio uscire tutti ed ispeziono ogni recesso, finchè, aperto un sottoscala, trovo la ragione del persistente odore. Nel sottoscala in questione, infatti, c’era in bella mostra una scala a libro con un agnello di circa cinque kg. scuoiato ed impiccato alle due zampe inferiori. Chiamo subito il cuoco e gli mostro ciò che ho trovato chiedendo spiegazioni. A questo punto non poteva più scappare ed è costretto a vuotare il sacco. Inizia col dire che a quota 2000 mt., durante una perlustrazione, hanno trovato un agnello che si era allontanato dal gregge e ne hanno approfittato per ucciderlo col calcio del mitra. Infilatolo nello zaino sono tornati in sede e lo hanno scuoiato. Subito ho chiesto dove avessero messo la pelle. Il cuoco risponde che l’hanno sepolta nel prato vicino al fiume. Il mio stato d’animo già precario, si è ulteriormente afflosciato pensando a quello che sarebbe potuto accadere se i cani della zona l’avessero trovata. I valligiani, che non gradivano certo la nostra presenza, ci avrebbero assediati, così come gli indiani assediavano fort Apaches. Ho dato subito ordine di recuperare la pelle e di portarla nel rifugio per poterla dare all’autista del camion, che il giorno dopo sarebbe venuto a portarci i viveri. La situazione sembrava recuperata, ma ci sono circostanze che sembrano autoalimentarsi in negativo. Dopo cena due alpini vanno in libera uscita con un permesso regolare, firmato dal precedente s.tenente che ho sostituito. Alle 21 sento bussare alla porta, vado ad aprire e mi trovo di fronte un frate di San Candido che avevo conosciuto durante il pellegrinaggio militare a Lourdes. Questo frate era il priore del bellissimo chiostro di San Candido e si chiamava Padre Peter sud tirolese. Mi informa che in mezzo alla strada di fronte al bar, ci sono due alpini sdraiati in mezzo la strada, che, completamente ubriachi, si passavano chicchi d’uva l’un l’altro cantando e vantandosi di aver preso un agnello, per fortuna senza essere compresi dai sud tirolesi. Di fronte a tanta scelleratezza, il frate ha pensato bene di telefonare al generale Silio Barbi, suo amico da molti anni, senza però trovarlo, fortunatamente per me. Allora, saputo che c’era un rifugio condotto da militari alpini, è venuto ad avvertirne il comandante. Mentre mi raccontava questa storia, mi sentivo completamente incapace di sopportare quello che sarebbe potuto accadere. Se prima ci fossero state deboli speranze di recupero, ora si annullavano del tutto. Però, appena saputo che il generale non era stato trovato, mi sono seduto invitando il frate a fare altrettanto, raccontandogli ciò che era accaduto sul monte Arnese qualche giorno prima e per carità di Dio, per l’amicizia che era nata a Lourdes, di non farne cenno al generale per nessuna ragione, cosa valida anche per gli anni successivi. Durante tutto il racconto mi prodigavo di dargli da bere e mangiare per dovere di ospitalità, ma anche spinto da un istinto di sopravvivenza. Questo è uno dei tanti miracoli che mi hanno salvato all’ultimo istante. Questi miracoli sono stati così numerosi durante tutta la mia vita, che penso si siano esauriti, rendendomi sempre più prudente. Da questo punto in avanti la strada, per quanto ancora difficile, sembrava non degenerare ulteriormente. Il giorno prima del congedo, finalmente vengo chiamato in caserma dal col. Besozzi e, giunto in caserma, mi informa che, tramite il generale Andreis, era riuscito a fermare la mia denuncia al tribunale militare. Alla sera lo stesso colonnello ci riunisce tutti e, dopo una abbondante bevuta, ci consegna il congedo. Arrivato a me dice: “La prego, stia in futuro lontano da ogni generale perché o li travolge o si fa travolgere”. A mezzanotte, con il mio maggiolino blu indaco, che possiedo ancora, mi metto alla guida e senza fermarmi scappo verso casa col terrore di essere inseguito da quel generale in preda a qualche ripensamento. Le strade sono sgombre dal solito traffico e riesco ad arrivare a casa in un tempo record: alle 6.00. Però non riesco ad entrare in casa perché due grossi cani lupo presi da mio padre durante la mia assenza, non mi permettono di farlo perché non mi conoscono. Aspetto fino a quando mio padre si alza alle sette e finalmente posso entrare in un luogo sicuro. Dopo quaranta anni sono ritornato in quel rifugio e vi confesso che l’emozione è stata terribile quanto insopportabile. Non sono riuscito ad entrare perché nel cervello si era formato un blocco che mi impediva di farlo. Mi sembrava di incontrare ancora quel generale pronto a minacciarmi di nuovo . Dopo altri cinque anni sono partito con la giusta determinazione e la volontà di entrare nel rifugio ed immaginare nel più totale silenzio tutti gli episodi che ho vissuto, soprattutto l’ultimo. Dopo qualche minuto avevo la sensazione di essere ancora attorniato dagli alpini che hanno condiviso con me quella permanenza in un periodo piuttosto burrascoso e, finalmente, mi sono sentito in pace. Inutile dire che le condizioni del rifugio erano miserevoli, come del resto la caserma Druso e le altre ormai abbandonate al loro destino. Ogni oggetto lasciato era stato distrutto compresa la bella stufa a legna che avevo montato io stesso e che era stata costruita nel paese dove sono nato, Sorbolo in provincia di Parma. Ho scattato molte foto digitali all’interno ed all’esterno del rifugio, che conservo e che, di tanto in tanto, riguardo. Quando sono “alla ricerca del tempo perduto”, improvvisamente preparo uno zaino, lo riempio di viveri e salgo su quel monte che mi ha irrimediabilmente segnato nell’animo più di ogni altra esperienza, entro in quel rifugio come se volessi farmi perdonare di averlo lasciato in quel modo traumatico. Alcune note curiose. Il carabiniere, che era presente in quei mesi, era stato letteralmente prelevato da Palermo e portato a duemilacinquecento metri dalla parte opposta del paese. Mi confessò imbarazzato che non aveva mai visto la neve. Il primo di agosto di quell’anno, in tenda, nevicò: fu dunque subito accontentato. Confessò anche che non capiva una parola di quello che dicevano gli alpini. Questo gruppo era formato da un miscuglio di veneti e bergamaschi. I primi riuscivo a capirli anch’io, mentre i secondi no. La cosa lo sorprendeva non poco perché, dopo tutto, erano lombardi anche loro, al tempo stesso, però, questo lo consolava. L’alpino che non aveva visto il generale ed il capitano si chiamava Pannella, aveva vent’ anni ed era uno dei venticinque che avevano sostituito i congedanti. Non aveva esperienza ed era terrorizzato dalla bufera e, sotto le armi da circa tre mesi, veniva dalla città. Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe potuto accadere se con me ci fossero stati i ”Veci”, tutti valligiani dotati di buon senso, iniziativa e coraggio, come raramente mi sarà dato di vedere in futuro. Quel generale non sarebbe entrato e sarebbe rimasto sotto tiro del suo mitra tutta notte, perché non sapeva la parola d’ordine, come è davvero successo una volta in caserma con un Maggiore. I muli, che ogni due giorni ci fornivano di viveri ed acqua, si chiamavano Vetusto e Cinque e, quando arrivavano in prossimità del rifugio, sembrava ridessero ed infatti avevano tutte le ragioni, perché noi davamo loro ogni resto della cucina e qualche volta anche acqua con poca grappa: quella scarseggiava sempre. Una volta, mentre percorrevano la cresta di confine col terreno innevato e sotto un sole implacabile, accecati ed imbizzarriti perché non riuscivano a vedere il sentiero, si sono messi a scalciare e sgroppare, liberandosi del carico e scappando in territorio austriaco. Sono stati ritrovati ad undici km, in direzione di Lienz, in territorio austriaco e riportati in Italia. Noi siamo rimasti senza viveri per due giorni e, per sopravvivere, di sera abbiamo seguito le orme dei muli sulla neve in Austria, per recuperare qualche cosa da mettere sotto i denti, facendo bene attenzione a non passare per invasori o addirittura per terroristi. L’agnello ucciso in modo sconsiderato nella valle di Anterselva è stato cucinato dal cuoco-macellaio in modo egregio con contorno di funghi, facendosi così perdonare. Al mio ritorno a valle sono andato a ringraziare ancora Padre Peter. Posso concludere che avrei fatto a meno di quest’ultima avventura, ma, visto che non mi ha distrutto, vi assicuro che mi ha fornito una corazza di una durezza notevole, perché mi ha fatto capire che bisogna lottare sempre a oltranza. Del resto non si possono fare esperienze senza buttarsi nella mischia e cercare di uscirne disperatamente con tutte le forze, possibilmente senza troppi danni. luigi paini
Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Febbraio 2017 21:00